Dunque Luigi Moio ha scritto il suo manuale. Era, probabilmente, incontenibile il suo desiderio di divulgazione, tant’è che alla presentazione dell’opera esordisce rivendicando, peraltro in modo condivisibile, che la conoscenza di un argomento è titolo necessario e più che sufficiente a dissertarne, con tutto il rispetto per le lauree ad indirizzo specifico in comunicazione.

Siamo a Benevento, dove l’AIS accoglie “il professore” per parlare del suo Il respiro del vino, cinquecentoquattro intense pagine, che Ada Natale ha corredato di originalissime illustrazioni, in uno scambio di percezioni e descrittori simbolici con l’autore.

Un personaggio dal carisma discreto ma immediato, Luigi Moio, che strizza gli occhi durante i passaggi logici del suo discorso, glissa sulle domande che non gli piacciono e stringe tra le mani Sei pezzi facili, la prima raccolta delle lezioni di fisica di Richard Feynman, alla cui fruibilità deve essersi ispirato per argomentare, con linguaggio e metodo immanenti, di precursori aromatici e profumi delle molecole.

– Ho trovato ispirazione dal modo in cui mi guardano le persone – spiega il Prof durante l’incontro – dalla curiosità che illumina i loro occhi durante le mie spiegazioni.

Un grosso e articolato tomo, costato due anni di fatica, anche per rispettare il patto con l’editore di non superare la lunghezza stabilita. Un’altra occasione per ribadire quanto sia importante che le tecniche colturali facciano massa critica, contribuendo a rendere distinguibile ciascun vitigno autoctono, un discorso che nella provincia di Benevento ancora tocca nervi scoperti, come nel caso della Falanghina.

Instancabile, anche da questo punto di vista, è il lavoro di Moio con tante cantine che nell’identità dei propri vini vogliono lasciare l’impronta del territorio, consacrandone solo successivamente la tipicità, quella che egli definisce come un accordo, una convenzione stipulata tra persone sedute intorno ai tavoli di concertazione sui disciplinari.

Discorso lapalissiano per i vitigni che l’autore chiama solisti, quelli, cioè, con caratteristiche predominanti, che suonando in qualsiasi parte del mondo sono riconoscibili come le memorabili performance dei tenori nostrani. Diventa però più complicato per i vitigni orchestrali, composti armonicamente da elementi in modo ordito, nei quali basta uno strumento suonato in modo leggermente diverso dallo spartito per renderne incomprensibile la provenienza.

Ça va sans dire, considerata l’esperienza di Luigi Moio in Francia, dove il ruolo più che decennale dei vignaioli insiste proprio sull’originalità di una combinazione di vitigni tale da non lasciar dubbi sulla cantina e sul territorio. E qui l’autore non nasconde una certa insofferenza nei confronti del costume tutto italiano di utilizzare gli autoctoni come vini da taglio.

Un vero e proprio inno, il suo, all’olfatto, troppo spesso barattato con sensazioni meno impegnative.

– Basti pensare che i fiori più piccoli sono i più odorosi, dovendo distinguersi da innumerevoli agguerriti concorrenti, più grandi, visibili, alti, nel temibile rischio di un oblio che li escluderebbe dal mistico rituale dell’impollinazione – dirà lo stesso Moio, avviandosi a concludere, indice degli argomenti alla mano, riversando un carico di emotività in misura proporzionale all’osticità che un qualunque non addetto ai lavori può trovare nell’approccio alla materia.

Senza nulla togliere al brivido, naturalmente, se si pensa che uno dei suoi riferimenti è a Il profumo, romanzo di Patrick Süskind ambientato nella Parigi del XVIII, il cui protagonista, dotato di un naso straordinario, compie ogni sorta di empietà pur di realizzare il suo sogno di diventare profumiere.

Come dire: il vino non è mica solo questione di grado alcolico, signori miei. Ok Prof, ora spieghiamolo ai consumatori, magari quelli nordeuropei, e in particolare ai danesi.

Il respiro del vino