vino-altura-locandinaOgni territorio aspira a vivere delle proprie risorse, specie nella storia economica più recente del nostro Paese. Sempreché i suoi abitanti siano disposti a difenderlo, anzi, a “marcarlo”, come dirà nel suo intervento controcorrente, con la consueta passionalità, Luigi Cataldi Madonna.

La cornice era quella della splendida Abbazia di Santo Spirito a Morrone Sulmona (AQ): gli “eroici” produttori del vino d’altura abruzzese hanno avuto un confronto sulle rispettive esperienze e ufficializzato la nascita di due organismi che di quel vino vorranno essere artefici, ambasciatori e testimoni.

Da Ovidio al futuro, questa la suggestione proposta agli interlocutori: da Alice Pietrantonj a Sergio Di Loreto, entrambi originari di Vittorito.

Sarà proprio il marketing manager per l’alta gamma della Tenuta Frescobaldi, intervenendo a sorpresa via Skype, ad aprire gli orizzonti e dare linfa cosmopolita al dibattito, con i riferimenti alle vitivinicolture valdostane, spingendosi fino a citare le aree dell’argentina come la Valles Calchaquíes dove le vigne si sono acclimatate alla riguardevole altitudine di tremila metri sul livello del mare. Non deve spaventare, dunque, che un abruzzese coltivi Montepulciano sopra i seicento. Una riflessione a parte va fatta invece sui dati esibiti da Maurizio Odoardi del Dipartimento Sviluppo Economico e Politiche Agricole della Regione, i quali attestano che l’entroterra abruzzese è la dimora dei vitigni autoctoni.

Almeno fino al 1932, nel cui annuario si legge di una superficie di circa cinquecentomila ettari vitati, dei quali oggi non restano che cinquecento in tutto, nonostante gli sforzi fatti per non cedere ai fatui trend modaioli dei vini internazionali.

Bisogna infatti riconoscere alla Regione, seppur nelle mille normali contraddizioni, di essere tra quelle più fedeli alle produzioni indigene, nello specifico alla corposità del Montepulciano, alla storia del Pecorino e della Passerina e alla ritrovata originalità del Trebbiano, che forse nelle varianti d’altura perdono in corposità, lo hanno detto gli esperti nella stessa sede, ma richiedono particolare attenzione e carattere, premiando gli sforzi restituendo tratti sensoriali inconfondibili. I più recenti provvedimenti normativi e le linee di indirizzo della Regione, poi, impongono l’obbligo, e al contempo offrono l’opportunità, del censimento dei vigneti, viatico per la sussistenza della vitivinicoltura locale.

I produttori, nel frattempo, si sono coalizzati e riuniti in un consorzio: “Vignaioli delle Terre dei Peligni” è come si fanno chiamare e potete scommettere che Alice saprà guidarli al successo mentre “Cuore dell’Appennino”, la Compagnia di destinazione di cui Anna Berghella, organizzatrice dell’incontro, è legale rappresentate, li coopterà nel percorso di azioni per lo sviluppo socio-economico dell’areale di eccellenze che circonda Sulmona.

È questo l’inizio del tanto auspicato ripopolamento delle aree montane dell’Abruzzo? Ne varrà la pena? Chi può garantire la riuscita? Non sono certamente queste le domande che si pone chi ne sta affrontando le sfide.

C’è solo una certezza: ci vuole tempo, capacità di branding, convinzione, come nel caso dell’esperienza iniziata nel 2010 a Castel di Sangro da Andrea di Fabio (Direttore Generale di Feudo Antico) e lo chef Niko Romito, realizzando solo oggi le prime 720 bottiglie dal vitigno di Pecorino impiantato alla rispettabile altitudine di circa mille metri.

E allora non chiamateli semplicemente “eroi”. Di eroi il nostro Paese ne celebra tanti, pure troppi. Questi non sono semplici eroi, sono abruzzesi.

Vino d’Altura: eroi in cima all’Abruzzo